Pinelli Giuseppe – Anarchico …vittima del terrorismo.

lunedì 11 maggio 2009 → 20:54 in Manhattan e dintorni

La scorsa settimana si è celebrata la “giornata della memoria delle vittime del terrorismo” e al Quirinale Giorgio Napolitano ha invitato le mogli del commissario Calabresi e dell’anarchico Pinelli .

pinelliIn un passaggio del suo intervento il Presidente ha detto: ‘Questo giorno della memoria ci offre l’occasione per accomunare nel rispetto e nell’omaggio che è loro dovuto i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza. Rispetto e omaggio dunque per la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un’improvvisa assurda fine. Qui – assicura il Presidente della Repubblica – non si riapre o si rimette in questione un processo, la cui conclusione porta il nome di un magistrato di indiscutibile scrupolo e indipendenza: qui si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei 17 che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome (qui il Presidente si commuove, interrompe di parlare per qualche istante e poi riprende a fatica, accompagnato dagli applausi dei presenti – ndr) di cui va riaffermata e onorata la linearita’, sottraendolo alla rimozione dell’oblio. Grazie signora Pinelli – conclude infine, sempre commosso – grazie per aver accettato, lei e le sue figlie, di essere oggi con noi”. Le intenzioni di Napolitano erano probabilmente lodevoli, ma il risultato no. I falchi hanno come al solito distorto a modo loro. “Libero” ha titolato “Terrorismo, stretta di mano tra le vedove Calabresi e Pinelli”e “TERRORISMO: LA RUSSA, PLAUSO PER RICONCILIAZIONE PINELLI-CALABRESI”. Una vera vergogna, uno stravolgimento totale della relatà.
Chi ha meno di quarant’anni difficilmente troverà qualcosa di strano nella notizia così riportata da molte testate giornalistiche. Io ho sentito una stretta allo stomaco e ho sentito la necessità di ricordare, per me e per i più giovani. Mai avrei creduto di vedere Pinelli ricordato al Quirinale nella giornata che ricorda le vittime del “terrorismo”, anche perchè Pinelli fu davvero vittima del terrorismo, quel terrorismo di Stato fatto di servizi deviati, di congiure, di trame, di stragi e di morti che conosciamo come “strategia della tensione”. Pinelli morì innocente mentre era nella Questura di Milano “custodito” dagli uomini di quello Stato che ora lo riconosce “vittima”.
Ogni volta che si cerca di riprendere in mano il filo degli avvenimenti che parte dal 12 dicembre 1969 (attentato in Piazza Fontana) ai giorni nostri (“caso Sofri”), passando per l’omicidio del commissario Calabresi, si tende a sorvolare sulla morte di Pinelli, quasi si trattasse di un “incidente di percorso”, un episodio da dimenticare, ininfluente per la comprensione degli eventi… Invece la storia di Pinelli è fondamentale per capire l’evoluzione e la stretta connessione di quei fatti.
Chi era e come è morto l’anarchico Giuseppe Pinelli
Giuseppe Pinelli era nato nell’ottobre del 1928 a Milano, è stato un anarchico e ferroviere, animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa e durante la Resistenza, vista la sua allora giovane età, staffetta nelle Brigate Bruzzi Malatesta.

Era la mezzanotte del 15 dicembre 1969, quasi quarant’anni fa. Tre giorni prima era scoppiata una micidiale bomba alla Banca dell’agricoltura milanese di piazza Fontana, che aveva provocato 16 morti e 88 feriti. Da tre giorni diversi iscritti al circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa di Milano, di cui Pino Pinelli era animatore, erano stati prelevati dalla polizia per essere interrogati. Infatti, subito dopo l’attentato, le ricerche della polizia si erano indirizzate esclusivamente verso la pista anarchica, che si rivelerà non solo sbagliata ma addirittura creata ad arte per coprire i veri responsabili dell’eccidio.
manifesto-del-1970Pinelli fu torchiato e rimase in Questura oltre le 48 ore previste dalla Costituzione per il fermo di polizia. La sua detenzione era dunque illegale. Quella notte, un cronista de “L’Unità” sta scendendo le scale degli uffici di via Fatebenefratelli, sede della polizia. È Aldo Palumbo ed ha seguito per tutto il giorno gli arresti e gli interrogatori condotti dai poliziotti. È trascorsa da poco la mezzanotte e il giornalista sente una serie di tonfi provenire dal cortile a pochi metri da lui. Un rumore sordo e secco. Corre fuori e vede il corpo di un uomo: è Giuseppe Pinelli, volato dal quarto piano degli uffici dove era sotto interrogatorio. 41 anni, sposato con due figli, “un ragazzo innocuo, impiegato delle ferrovie come frenatore, un mestiere pesante, duro” dirà qualche ora dopo il suo avvocato Alfonso Mauri.
Il questore di Milano, Marcello Guida convoca poche ore dopo una conferenza stampa. “Si è gettato poco prima di mezzanotte da una finestra del quarto piano, durante una pausa degli interrogatori. È spirato due ore dopo il ricovero all’ospedale” afferma. Il questore è insieme al commissario Luigi Calabresi, un giovane dirigente che, in quegli anni, si occupa proprio dei movimenti della sinistra extra-parlamentare e che si ritiene fosse presente nella stanza dove avveniva l’interrogatorio di Pinelli. I funzionari di polizia sono apparentemente dispiaciuti ma, poi, forniscono l’idea che Pinelli si sia volontariamente buttato dalla finestra durante una pausa dell’interrogatorio. Il suo alibi, dicono, era crollato e lui avrebbe urlato: “L’anarchia è finita!”. La versione che si vuole consolidare è che l’anarchico, una volta scoperto come autore della strage di piazza Fontana, abbia preferito suicidarsi piuttosto che finire in galera. A poche ore dal dramma, cominciano subito ad emergere le incongruenze di quel racconto. Pinelli è letteralmente scivolato lungo il muro della questura, sbattendo ripetutamente contro i cornicioni. Se si fosse buttato volontariamente dalla finestra, sarebbe caduto oltre la facciata dell’edificio.
La versione è così poco credibile che, qualche giorno dopo, la polizia ne diffonde altre, tutte diverse. In una si dice che un poliziotto avrebbe tentato di fermare la caduta di Pinelli e che, proprio per questo, gli sarebbe rimasta una scarpa in mano. Sia Palumbo de “L’Unità”, sia altri cronisti da lui chiamati subito dopo il tonfo, ricorderanno di aver visto entrambe le scarpe addosso al moribondo. Proprio Palumbo comincia a criticare le versioni discordanti in una serie di articoli sull’organo dell’allora Partito comunista italiano e riceve una strana visita da parte di ladri che non rubano nulla nel suo appartamento ma rovistano dappertutto. Probabilmente un’intimidazione verso un cronista scomodo.
L’inchiesta parte ma è minata dalla volontà di troppe persone di chiudere in fretta il caso. Giuseppe Caizzi, il giudice istruttore cui vengono affidate le indagini, la concluderà nel 1970 come “morte accidentale”, già con questo contraddicendo l’ipotesi del suicidio.
Sarà la vedova di Pinelli a far riaprire l’inchiesta, che verrà affidata al giudice D’Ambrosio.
maloreFra mille dubbi e incongruenze si conclude nel 1975 anche l’inchiesta del giudice D’Ambrosio (La sentenza sulla morte di Giuseppe Pinelli). Da essa si ricava che il suicidio è da scartare, così come l’omicidio. Forse per la prima ed unica volta, un’indagine su una morte violenta si conclude con l’ipotesi del “malore attivo”: Pinelli avrebbe avuto un malore tale da spingerlo a cadere dal quarto piano della questura. Sembra incredibile che si possa soltanto immaginare un’ipotesi del genere, ma è quella che risulta oramai come “verità giudiziaria”.
Insomma come diceva la celebre “Ballata” dedicata dai suoi compagni a Pino: “ Quella sera a Milano era caldo, è bastato aprire un pò la finestra, e Pinelli all’improvviso và giù”.
Lo sanno tutti che a Milano il 15 dicembre a mezzanotte fa caldo…o no ?
La ballata del Pinelli:

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