Le amnesie della stampa italiana.

martedì 30 settembre 2008 → 16:37 in Manhattan e dintorni

Della tragedia alla Tissen si sono occupati tutti i media, i sindacati e i politici. Senza grandi risultati purtroppo, di lavoro si continua a morire. Il 17 settembre 4 operai della Saipem (ENI) sono morti e altri  3 sono rimasti feriti durante le operazioni di posa di un gasdotto. Lo sapevate ?

La notizia è breve, secca, poche righe di un comunicato della Saipem: “Nel pomeriggio di oggi(è il 17 settembre, ma il comunicato arriva la mattina del 18) si è verificato un grave incidente sul lavoro sul mezzo navale Saipem 7000 durante le operazioni di posa del gasdotto transmediterraneo Medgaz, nelle acque internazionali tra Spagna ed Algeria. Nell’incidente sono decedute tre persone, una risulta dispersa e quattro ferite. È in corso un’indagine da parte della società per verificare le cause dell’incidente”.
Si saprà da una prima ricostruzione di Europa Press, che cita fonti sindacali, che il dramma è stato causato dalla caduta di pezzo di gasdotto lungo circa 12 metri che era sollevato sopra la Saipem 7000 prima di essere immerso in acqua e collocato a 2000 metri di profondità. Per cause ancora non chiare il tubo si è sganciato ed è caduto colpendo i sette operai. Per tre non c’è stato niente da fare. Un quarto è caduto in mare. Gli ultimi tre sono stati solo feriti. Le autorità consolari italiane hanno già avviato le pratiche per il rimpatrio nei prossimi giorni della salma del connazionale. Sui tempi del rientro potrebbero però influire le decisioni della giustizia spagnola, se un’inchiesta sarà aperta dalla procura di Almeria sull’incidente. Poco altro. Si saprà poi che la vittima italiana è Giovanni Di Pietro, 39 anni, di Vasto. Degli altri non sono riuscito a trovare sulle agenzie la nazionalità. Si saprà poi che i morti sono 4.
La APCOM riporta un comunicato diffuso dalla Medgaz, “stamattina si è prodotto un errore meccanico di una gru sulla piattaforma Saipem 7000”, e contrariamente ad alcune ricostruzioni iniziali, “non si è registrata nessuna esplosione”. Medgaz riferisce nella nota che “come conseguenza dell’incidente sono morte tre persone, altre quattro sono rimaste ferite e un’altra persona è scomparsa”. Il consorzio precisa che “tutti i coinvolti, tranne uno dei feriti, sono impiegati dell’impresa italiana Saipem S.p.A., proprietaria e operatrice della nave”. Medgaz “si rammarica profondamente per l’incidente e trasmette il suo cordoglio alle famiglie delle vittime e ai professionisti della Saipem”.
Fin qui le notizie che sono riuscito a trovare, anche se c’è da aggiungere che il 24 settembre nel pomeriggio è rientrata la salma di Giovanni Di Pietro a Fiumicino e che il 25 mattina a Vasto si sono svolti i funerali di uno dei tanti lavoratori morti nel silenzio.
Ho scoperto casualmente questo incidente e ho provato a chiedermi il perché del silenzio che lo ha circondato vista la gravità del fatto.
Ricapitoliamo: Su una nave italiana, gestita da una società italiana e che sta lavorando nel Mediterraneo in acque internazionali c’è un incidente con 4 morti e 3 feriti e nessun giornalista sente la necessità di fare un articolo di approfondimento, nessun telegiornale (almeno io non ho visto nulla) sente il bisogno di fare un servizio di 50 secondi. Perché?
1) L’incidente non ci riguarda perché accaduto tra le coste di Spagna ed Algeria.
2) Dei sette operai uno solo è italiano, perché perdere tempo.
3) La Saipem è un’azienda italiana controllata dall’ENI, controllata dal Ministero del Tesoro …e la sua immagine và preservata…in fondo siamo tutti azionisti!!
Per questi operai non ci saranno cortei sindacali, trasmissioni televisive, prese di posizione politiche, ma solo un funerale con i propri cari e gli amici che li avevano visti uscire per andare a “lavoro”. L’Italia che vogliamo ?

7 commenti a “Le amnesie della stampa italiana.”

Gennaro scrive:

In poche parole per far capire ai lettori non conoscitori del settore cosa vuol dire, vi faremo un esempio. Prendiamo una nave da crociera della MSC, una di quelle con bel nome italiano, battezzata in Italia con madrina di eccezione e politici italiani. Quella del italian style insomma.
Bene, andate a poppa, e vedrete che al posto del nostro tricolore troverete la bandiera panamense, in quel momento state immersi nell’italian style ma a Panama! Ma perchè?
Semplice. L’armatore (dott. Aponte) è stato suo malgrado messo di fronte ad una scelta difficilissima da prendere, e cioè: se la nave batte bandiera italiana dovrai pagare delle tasse, non avrai molta possibilità di impiegare personale extracomunitario ect, invece se vuoi puoi usufruire della bandiera di comodo che piu di aggrada ed evitare questo piccolo inconveniente.
E che poteva fare il povero imprenditore armatoriale secondo voi? Quello che avremmo fatto tutti noi, saremmo andati verso un paese più conveniente. E l’Europa che studia la tonnage tax per riportare le navi sotto bandiere comunitarie! mah

Da la mia idea è molto semplice. Sostenere che come il Dott. Aponte può decidere quale bandiera adottare, lo Stato dovrebbe permettere ai marittimi la medesima cosa, e cioè sceglierci dove prendere la nostra certificazione e quali leggi seguire.
Sembra una baggianata ma riflettiamo. Lo Stato Italiano in 2 anni ha dimostrato la totale incapacità a gestire le norme del settore marittimo, ha fatto investimenti sbagliati, ha messo lavoratori in condizioni di poter perdere il lavoro. Abbiamo la normativa di navigazione piu complessa e articolato. Corsi su corsi (e molto cari), una normativa internazionale ma applicata in modo diverso dagli altri paesi, certificati non allineati, tempi burocratici enormi. Se a questo aggiungiamo diritti costituzionali non garantiti, siamo al fondo.

L’idea allora quale è? Come per gli armatori lo Stato dovrebbe dire a noi marittimi, se tutto questo è inaccettabile e visto che meglio non siamo in grado di fare, scegliete dove prendere le vostre certificazioni e abilitazioni (servirebbe ovviamente l’IMO a gestire una cosa del genere!).
Uno potrebbe dire, beh vado a Manila e non avrò piu problematiche, oppure scelgo l’Inghilterra (per i diportisti sarebbe un paradiso). Una nazionalità di comodo per marittimi, esattamente come la bandiera di comodo per gli armatori.

E’ deprimente vedere lo Stato italiano, una delle potenze al mondo, non essere nella condizione di saper gestire un settore tanto importante. E’ grave che lo Stato danneggi dei cittadini e dei lavoratori, e per tanto sarebbe giusto allora che ci svincoli dalle sue norme tanto obsolete e ingiuste.

Siamo al paradosso, incontri al Ministero per discutere un decreto per l’intervento e spinta di stilisti! No perchè lo Stato ha capito di aver sbagliato, no, ma perchè si rischia di rovinare la vacanza dello stilista o dell’imprenditore!
L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, no sulle vacanze dei ricchi.

Ministro Matteoli, ricordi questo articolo della nostra Costituzione: La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Quante navi hanno a poppa l’articolo 12?

Gennaro scrive:

Nella prossima puntata…….Vogliamo parlare dei contractors(Mercenari) che coprono il gruppo eni,con la scusa che proteggono altre compagnie vicine alle basi Eni????

Gennaro scrive:

A proposito di Saipem gruppo Eni, che sventola Bandiera delle Bahamas,colgo l’occasione per portare all’evidenza dei mass media principali la seguente dizione tratta da wikipedia:(Ma che tutti ignorano)
Una bandiera di comodo è una bandiera di una nazione, che viene issata da una nave di proprietà di cittadini o società di un’altra nazione. In questo modo, il proprietario della nave può spesso evitare il pagamento di tasse e ottenere una registrazione più facile; la nazione che fornisce la bandiera riceve soldi in cambio di questo servizio. La International Transport Workers’ Federation (ITF) mantiene una lista di nazioni che usano le proprie bandiere a questo scopo.

La pratica è malvista quando (come avviene di solito) l’impiego della bandiera di comodo avviene per ottenere una registrazione più facile della nave; le altre nazioni, con requisiti più vincolanti, non gradiscono la perdita di guadagni, e la sicurezza e le condizioni di lavoro dell’equipaggio possono soffrirne.

Le navi in navigazione sventolano una bandiera nazionale detta “insegna”. In base a convenzioni del diritto internazionale, la bandiera sventolata da una nave determina la fonte di diritto che deve esserle applicata, indipendentemente da quale corte ha giurisdizione personale sulle parti. Una “nave con bandiera di comodo” è una nave che sventola una bandiera di una nazione diversa da quella del proprietario.

I bassi oneri di registrazione, la bassa tassazione e la libertà dalle leggi sul lavoro e la sicurezza, sono fattori motivanti per molte bandiere di comodo. I proprietari di pescherecci con bandiere di comodo possono anche ignorare gli accordi di conservazione stipulati dalla propria nazione. Citando The Outlaw Sea di William Langewiesche:

“Nessuno pretende che una nave provenga dal porto dipinto sulla sua poppa, o che ci sia mai almeno passata vicino. Panama è la più grande nazione marittima sulla terra, seguita dalla sanguinosa Liberia, che a malapena esiste. Non c’è bisogno nemmeno di avere una costa. Ci sono navi provenienti da La Paz, nella Bolivia senza sbocco al mare. Ci sono navi che provengono dal deserto della Mongolia. Inoltre, gli stessi registri sono raramente basati nelle nazioni di cui portano il nome: Panama è considerata una “bandiera” vecchio stile, perché i suoi consolati gestiscono la documentazione e raccolgono le quote di registrazione, ma la “Liberia” è gestita da una società in Virginia, la “Cambogia” da un’altra nella Corea del Sud, e la prode e indipendente “Bahamas” da un gruppo che opera dalla City di Londra.”
Secondo l’International Transport Workers Federation:

“Le vittime sono più numerose sui vascelli con bandiera di comodo. Nel 2001, il 63% di tutte le perdite in termini di tonnellaggio assoluto erano a carico di 13 registri di bandiere di comodo. I primi cinque registri in termini di navi perse erano tutti bandiere di comodo: Panama, Cipro, St Vincent, Cambogia e Malta.”

Edo scrive:

Il tuo non è né un intervento polemico tantomeno disfattista hai semplicemente portato la testimonianza di quello che hai visto e vissuto, credo sulla tua pelle. Io ho sempre cercato semplicemente di informare, con tutti i limiti del caso, su argomenti (soprattutto quelli che riguardano l’ENI) che la stampa italiana tende ad occultare. E’ potente il cane a sei zampe. Lo faccio in questo sito di amici e con l’associazione di cui faccio parte (http://www.asud.net) con la quale assieme a vari organizzazioni abbiamo costituito un Osservatorio sull’ENI. Mi rendo conto che il tuo era un intervento di “denuncia” di uno stato di cose che anche noi tentiamo di far conoscere. Appena possibile ti scrivo una mail, grazie ancora per il contributo.

Gennaro scrive:

Gent.mo Edo
Il mio non voleva essere un intervento polemico o disfattista,ma semplicemente come lei ha scritto “Un contributo”
Contributo dettato da tanta rabbia in corpo accumulata in lunghi anni di onorato servizio a bordo con questa “societa’????”
Dalle sue indicazioni in merito alla sua mail,non riesco a trovarla nella sezione “Nigeria” cmq se vuole puo’ contattarmi alla mia tonylogan@virgilio.it

Lei involontariamente e senza colpe ha riaperto un capitolo della mia vita che avevo quasi ,dico quasi ,rimosso.Cmq resto a disposizione nel mio piccolo per offrirle qualche spunto giornalistico.

Cordialissimi saluti

Edo scrive:

Hai perfettamente ragione, alcune delle cose che dici erano già trapelate. Tutto quel che fanno le società dell’Eni all’estero è filtrato già a livello di agenzie di stampa. Se ti và, nella parte Nigeria del sito (anche lì la Saipem e l’Agip non brillano per “responsabilità sociale d’impresa”) c’è il mio indirizzo di posta elettronica, mi piacerebbe chiederti alcune cose, quindi se ti và scrivimi.
grazie comunque per il contributo.

Gennaro scrive:

Sono diversi anni,che ho lasciato la Saipem,ho lavorato con loro per circa 12 anni,vorrei dire che questa societa’ e’ circondata dal mistero piu’ fitto,a partire dalle navi e dalle piattaforme petrolifere,che nonostante siano di proprieta’ italiana e a partecipazione statale,navigano sotto bandiere ombra,bandiere di comodo:bahamas,nassau,panama,barbados,etc etc.Assumono come manovalanza e “Bassaforza” personale straniero di tutte le razze.Il 70% della flotta e’ composta da navi obsolete (vecchie carrette arruginite e ripitturate)Non mi meraviglio che tutte le brutte notizie inerenti la saipem,vengano tenute nascoste,si parla di saipem solo quando si parla delle azioni in borsa.Ci chiamavano “Figli del cane”per via del cane a 6 zampe logo Eni,Meglio figlio del cane che figlio di puttana come certi dirigenti Saipem…….Li’ la sicurezza sul lavoro e’ un optional………..

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